Nel deserto di Asgard

Posted in L'Amore ai Tempi di Chtulhu, Racconti Singoli on 21 novembre 2009 by ursha

L’aria è pungente e il gelo urta da giorni le mie narici. Eppure il gelo oggi è più profondo e penetra anche nel mio animo, credo sia la mancanza del dolce miscuglio di tenerezza e dolore causato dalla tua vicinanza, che scava dentro di me.

È stato duro separarsi per compiere questo viaggio. Ora che si avvicina il momento del ritorno, l’attesa di un nuovo abbraccio sembra diventare sempre più insopportabile.

Ho finito il te, con cui la mattina mi scaldavo le mani, ripensando all’aroma della tua pelle confuso con quello delle spezie. Però sono stato previdente e la provvista di legna caricata sulla slitta durerà ben oltre il ritorno.

Ho incontrato l’orso bianco e mi sono battuto con lui come vuole la tradizione, quindi ora sono meritevole di sedere sullo scanno nella sala dei tane. L’ho affrontato in duello con solo l’ascia di pietra che mi sono fabbricato durante il viaggio verso l’ignoto. Ho vinto il più grande dei nemici della terra di Asgard, se si escludono gli stessi dei che dormono nel ghiaccio.

Ho compreso finalmente il vero senso e significato del sangue che scorre, di cui parlano gli anziani, e la pietà per un nemico meritevole che cade, nonché la vera difficoltà che è intrinseca nel dover togliere una vita, di modo che io non uccida mai più senza una giusta motivazione.

Il grande orso bianco merita tutto il rispetto dovuto ai più grandi guerrieri e affrontarlo come facevano gli uomini prima della rinascita del mondo insegna a noi guerrieri a comprendere la vera grandezza delle armi donateci dai nostri dei.

Il suo grasso mi aiuta a sopportare maggiormente i morsi del vento gelido e la sua pelliccia anche se ancora lorda di sangue e non conciata riscalda maggiormente il mio sonno.

Ma è il calore del tuo cuore e il desiderio di rivederti che mi ha dato la volontà e la determinazione di sopportare le ferite e non cedere difronte agli artigli del grande orso.

Vi è infatti un’altra grande lezione che insegna il deserto di gelo, nel viaggio di ritorno. L’uomo non basta a se stesso, non è fatto per restare solo nel vuoto ghiacciato, ma anela a tornare all’abbraccio dei propri amici e della propria amante e sono gli amici lasciati oltre la barriera a dargli la forza di compiere ogni passo necessario per tornare un giorno da loro.

È per imparare questa lezione e non soccombere alla follia degli Dei d’Acciaio che dobbiamo intraprendere il viaggio, e dimostrare di tenere abbastanza a ciò che abbandoniamo da voler ad ogni costo tornare indietro. In questo e solo in questo è il vero eroismo.

Ciò che fu e ciò che sarà

Posted in L'Amore ai Tempi di Chtulhu on 12 novembre 2009 by ursha

Deve esserci stato un tempo in cui gli dei di Asgard non erano tali, se la leggenda racconta che nella nostra follia affidammo loro i nomi di tutti i luoghi della terra e di molte altre cose.

Deve esserci stato qualcuno che ha tolto il volto ad una parte della razza umana, se di simili abomini non vi è alcuna traccia nei bassorilievi e negli affreschi dei castelli e tempi del passato.

Deve esservi stato un tempo in cui non si credeva nella magia, visto che bestie e le razze meticce la conoscono meglio di noi.

Deve esservi stato un tempo in cui gli Dei cosiddetti Antichi erano stati creduti tutti morti, poiché alcuni sono ancora rinchiusi nei loro sarcofaghi.

Deve esserci stato un tempo in la stirpe degli angeli aveva una propria divinità, poiché i Nephilim non riconoscono in alcuno degli Antichi un loro progenitore.

La verità è che non sappiamo esattamente perché questo mondo si chiami Rinato. Non credo esista più nessuno che ricordi un periodo prima della rinascita, eppure è insito nel significato del nome che questo tempo deve esserci stato.

Abbiamo dimenticato molto, forse troppo, lungo il cammino che ci sta portando verso la fine dei tempi.

La verità è che non sappiamo ormai nulla di ciò che fu e di ciò che sarà. L’uomo è solo un granello di polvere nell’insensatezza dell’universo, presto il vento si alzerà e allora anche la polvere sarà dispersa.

Le painure di cenere

Posted in L'Amore ai Tempi di Chtulhu, Racconti Singoli on 4 ottobre 2009 by ursha

Solo un frammento incompleto, immagino che se la storia andasse avanti diventerebbe impubblicabile persino in un blog “nefando” come questo, è già successo in passato.

Il mio corpo comincia a tremare ogni volta che rivolgo lo sguardo verso le pianure di cenere. Vi vedo una vita che non è più vita agitarsi macabra e grottesca, come se si trattasse di uomini fatti di pergamena, riarsi e screpolati da un sole impietoso. Persino le mosche e i tafani non trovano più nulla da scavare in quei corpi secchi e avvizziti che camminano incessantemente nella ricerca di qualcosa su cui banchettare, si trattasse anche della carcassa di un mangiatore di carogne.

Una strana e spietata ecologia anima queste pianure brulle e sassose, costellate dalle carcasse imbiancate dal sole di edifici di cemento di antiche città in rovina.

Solo il guscio di acciaio della città delle torri offre ristoro ai vivi da una terra preda di un continuo sciacallaggio. Vi è però chi profetizza che il metallo arrugginirà, il carburante certo è destinato a finire e forse noi un giorno saremo costretti ad uscire nelle pianure e diventare come gli esseri essiccati che vi si trascinano in un’agonia infinita.

Pianure… vi sono giunto un po’ per desiderio e un po’ per caso, attirato dalla curiosità per le strane arti amatorie di queste regioni in cui le donne vengono fatte godere legate a pali e graticci e con un intenso uso della frusta; consiglio del mio mentore per smettere di cercare la conoscenza della verità sull’universo, che inevitabilmente porta alla follia.

Visioni di follia

Posted in L'Amore ai Tempi di Chtulhu, Racconti Singoli, Racconti di Cthulhu on 25 settembre 2009 by ursha

La donna era inginocchiata di fronte all’altare di cruda roccia con le mani levate verso il cielo. Nella destra stringeva un pugnale. La luce della luna si rifletteva sulla sua pelle nuda e coperta di sangue. Ansimava per lo sforzo dell’uccisione, i seni si alzavano e abbassavano aritmicamente mentre il sangue le colava sul petto dalla bocca, digrignata in un ringhio beffardo.

Questa volta era stata una belva feroce, ma la prossima sarebbe stato un uomo si ripeteva la donna, come un mantra ossessivo.

La Dea chiedeva sangue e devozione. La terra del mondo rinato andava purificata perché il principio femminile così a lungo represso potesse tornare a rigenerarla.

Il sangue, simbolo del ciclo, del travaglio e del parto era la prima e vera fonte di vita. Generalmente si offriva il sangue del maiale durante la macellazione, simbolo della restituzione alla terra di una parte dei suoi frutti.

Ma Irixiddra era una delle prescelte, sapeva che le superstizioni dei contadini erano lontane dalla verità. Il sangue degli animali pacifici non avrebbe mai purificato il terreno in cui cresceva la vita corrotta dell’era di Cthulhu. Serviva il sangue di chi spargeva la stessa forza bruta che caratterizzava quest”era, sangue sparso con furia, in una morte ottenuta con dolore, come dal dolore si arrivava al parto.

Sangue di bestia, o meglio ancora di uomo. Colui che aveva sempre soggiogato il principio che si era venerato. Forse una volta sparso abbastanza sangue sarebbe finita l’era di Cthulhu. O forse sarebbe finita l’era dell’umanità.

Marylin – Parte quarta

Posted in L'Amore ai Tempi di Chtulhu, L'Estraneo, Racconti di Cthulhu on 20 settembre 2009 by ursha

Quella sera quando vidi il vecchio ad uno dei fuochi dove si consumava il cibo frugale, compresi, la premonizione iniziò a tornare a fuoco.

Era lui il prete pazzo che avevo visto nella premonizione. Urlai con quanta voce avevo in corpo, conscia che l’ora della disgrazia era imminente. Qualora la premonizione fosse diventata chiara nela sua totalità allora non si sarebbe più potuto far nulla per evitarne il compimento: « Quell’uomo è invasato dagli dei, ci ucciderà tutti! »

Gli uomini e le donne seduti all’aperto inizialmente si agitarono, ma poi mi guardarono con aria estraniata, l’estraneo stava sicuramente pensando che la pazza ero io. Sicuramente lo conoscevano da molto e non trovavano motivo per credere alla schiava di uno straniero. Fu ciò a cui si appellò il vecchio, ma già scorgevo la luce di follia maligna che si manifestava nel suo sguardo, se solo qualcuno lo avesse fissato in volto invece di concentrasi su di me.

Il vecchio ruggì indignato « Quella cagna è la schiava di uno straniero, tenuta per la corda come si fa per le figlie bastarde che non vengono riconosciute e avrebbe la pretesa di insudiciare il mio nome e con esso la reputazione di questo villaggio? Invece di ascoltare le sue idiozie dovremo chiedere allo straniero il pezzo per avere la donna per darla a un vedovo. »

Le parole attirarono però su di lui l’attenzione dell’estraneo, sconvolto da tale rivelazione, chiaramente, come per tutto il resto neppure la schiavitù era una cosa normale per lui. Ma passato il primo sbigottimento si trovò unico in quella folla a fissare lo sguardo dell’uomo e urlò dal terrore:

«Tu sei veramente pazzo! »

Ma il vecchio aveva già avuto tutto il tempo che gli serviva, aveva ancora in mano il coltellaccio usato per mangiare la carne e con esso squarciò la gola di una donna, intonando una preghiera a Tsathoggua. Mentre la donna cadeva in una pozza di sangue, la pelle dell’uomo si ricoprì di scaglie ed egli avanzò incurante dei coltelli e dei bastoni della folla che lo percuotevano senza causare alcun danno.

Afferrò un braccio che aveva tentato di colpirlo, facendo rimbalzare senza successo la lama contro la sua pelle coriacea e con il coltellaccio mozzò la mano all’altezza del polso e poi se la mise in bocca masticandola e sputando pezzi d’osso sanguinolenti, mentre l’uomo arretrava in preda al dolore spingendo indietro il resto della folla.

L’estraneo, con la bocca e le vesti sporche di vomito, per lo schifo, entrò nel vuoto che si era formato attorno all’invasato : « Tu non meriti di vivere. »

Sfoderò il suo corto bastone irto di fasci e tubi e la fiamma scaturì da esso. Si mosse con una grazia e precisione letale, che parve danzare.

Un cerchio di fiamma e il vecchio si trovò a guardare istupidito il moncherino cauterizzato dove in precedenza c’era l’avambraccio, un secondo guizzo dell’arma lo privò della testa.

« Come ti chiami? » domandò uno degli astanti.

« Mark Edison, non vengo da molto distante, ma è passato del tempo e da allora sono cambiati molti luoghi e nomi. » mi guardò con un’aria stranamente dura in volto « Avevi ragione, eravamo in pericolo, ora è meglio andare, anche se è notte, non voglio restare qui un minuto di più.»

Diede uno strattone alla corda e mi costrinse a seguirlo senza ascoltare le mie proteste, mentre da una tasca estraeva una torcia elettrica e uno straccio per pulirsi dal vomito.

Gli abitanti del villaggio restarono a lungo istupiditi ad osservare lo scempio ai loro piedi.

La regina di Negrari.

Posted in L'Amore ai Tempi di Chtulhu, Racconti Singoli, Racconti di Cthulhu on 4 settembre 2009 by ursha

È strano pensare di camminare su pietre posate e scolpite prima dell’inizio dell’era dell’uomo. Pietre che custodiscono oscuri segreti che forse avremmo fatto meglio a non leggere per comprendere di nuovo.

Questa notte, come ogni notte, sento salire il desiderio di te nel mio cuore. Ancora salgo i gradini di onice nera che conducono alle tue stanze, decorati da lugubri candele nere, che sprigionano un greve fumo azzurrognolo e illuminati dagli strani globi di luce giallastra, eredità dell’era dell’egemonia da lungo tempo finita.

Non vi sono finestre eppure strane superfici fluorescenti mandano comunque immagini della notte che vi è di fuori dalle vuote aule di Negrari, una giungla sterminata di alberi e di liane, in cui cacciano cose ben peggiori del giaguaro mannaro. Osservando le immagini di orrende creature che compaiono solo fuggevolmente fra la vegetazione, e che l’occhio si rifiuta di osservare nella loro interezza, non vi è alcun dubbio di trovarsi nel cuore del continente degli orrori.

Mentre contemplo i pannelli, una meraviglia di un’era scomparsa per sempre sotto i colpi dei Mi-go, mi domando se tu, o donna, sia davvero l’incarnazione del male, come vorrebbero le nostre leggi per affidarti il potere. Sei così fragile quando vieni in punta di piedi negli archivi a chiedermi un abbraccio perché troppo forte è il fardello della corona che porti per grazia di Sub Niggurath. Dici che è l’essere regina, il peso della legge di Derketa e di Yog Sothoth, nella sua ineluttabilità nel chiedere l’anima e la sofferenza dei vivi, a renderti così, portatrice di una giustizia spietata. Dici che vorresti farla finita, abdicare, o forse gettarti dalla pergola più alta della torre. Sappiamo tutti e due che nulla di tutto questo finirà mai, continuerai a regnare, eternamente bella, bevendo il sangue delle vergini, eternamente incatenata da una legge da una consuetudine feroci e dalla parte nera del tuo cuore.

Sono state questa consuetudine e questa oscurità del cuore a farci sopravvivere all’invasione, al prezzo di votarci agli antichi che stanno rinascendo e che un giorno reclameranno la terra. In passato abbiamo scelto di barattare una fine certa con una profetizzata nei secoli a venire e ora ne raccogliamo gli amari frutti di crudeltà e sopraffazione.

Eppure mi fermo immobile come sempre davanti alla tua porta ed evito di bussare, anche se so che probabilmente basterebbe questo a portare sollievo allo spirito di entrambi. Le grida dei moribondi che odo ogni giorno provenire dalle segrete, dove so che li hai lasciati a marcire e morire di fame, mi bloccano, veramente io non posso affrontare la verità su ciò che sei, non posso dirmi che è solo la legge e la consuetudine l’assenza di pietà che si legge nei tuoi occhi quando emetti le tue condanne e i tuoi giudizi.

Volto le spalle e inizio a scendere. so che se restassi probabilmente sentirei per sentire il tuo pianto e i tuoi ansiti mentre ti volti insonne nelle coltri vuote, sapendo che probabilmente io sono venuto e non ho avuto il coraggio di affrontare ciò che sei.

Ma questa è la notte e noi siamo io uomo e tu donna, domai il sole illuminerà ancora una volta un’imperatrice e una strega adorna di sangue che brama i cuori dei viventi e un sommo archivista che vuole chiudere gli occhi sul mondo.

Non è colpa tua, è solo quest’era di Cthulhu, questo Mondo Rinato che soffoca tutto il buono che c’è in noi. Anche in me. Tu sei umana, troppo umana pur essendo un mostro e io non voglio prendere una parte della tua colpa, alleggerirti da una porzione del tuo fardello.

La Mezzanotte

Posted in Preludio all'Era di Chtulhu, Racconti dello Studioso on 3 settembre 2009 by ursha

Fu verso mezzanotte che iniziarono le urla, quando la cosa liberata da Hoggens emerse dalla tenda con una velocità impressionate per una simile massa informe e la gran quantità di tentacoli che aveva.

Al centro del corpo corrugato e informe, vagamente sferico e pieno di protuberanze cornee, vi era un becco seghettato che colava bava in continuazione.

Con un tentacolo afferrò una delle guardie sorprese ancora sul bivacco, se la portò alla bocca e mozzò la testa di netto scagliando il corpo acefalo e sanguinante contro gli uomini e le donne attorno al falò. Una donna venne centrata in pieno da quella massa sanguinante e fini tra le fiamme.

In mezzo allo scompiglio generale quella mostruosità continuò ad avanzare, ignara dei proiettili, dei laser e del plasma incandescente che le veniva tirato addosso.

Bombola di gas ionizzato in spalla e fucile in mano, stavo per andare ad aiutare i miei compagni di viaggio, tentando di vincere l’orrore che mi attanagliava e mi suggeriva di correre nella direzione contraria, quando Margareth mi afferrò per un braccio: «Non è possibile uccidere quella cosa con le nostre armi, la sua pelle è fatta di un materiale che non è di questo mondo ed è insensibile al carole e al metallo. Ci vorrebbe il gelo per uccidere un’Orrore di Xilap. »

«Orrore di Xilap? E chi ti ha detto queste cose?»

«Sub Niggurath.»

«Sub cosa? Non è uno del campo.»

«E’ una dea. La Capra dai Mille Cuccioli vuole che ci salviamo, ma solo i più forti. Dopo secoli di declino e la morte di Keziah Mason, le servono nuovi adoratori. Salverà i meritevoli, ma dobbiamo sbrigarci, per sconfiggere la cosa serve Il Libro. » Keziah Mason rappresentava un angolo di orrore nelle remote profondità del mio cervello, era una delle tante cose che non volevo accettare per vere, ma che sapevo ineluttabilmente che un giorno mi sarebbero state comprovate.

«Libri, dee, orrori! Farnetichi in un momento simile?»

«Anche tu hai letto i libri, proprio come me. Esistono entità abissali che venivano adorate prima delle religioni che i nostri antenati hanno abbandonato perché false ed inutili.»

«Neppure tu ricordi più i nomi vero?»

«No e questa è un’altra prova che ho ragione. Guarda con i tuoi occhi.  L’orrore avanza fra uomini e donne, storpiando e stritolando e come ti dicevo neppure il plasma lo ferma. Tanto vale provare il libro. Abbi fiducia in me!»

Non riuscivo a crederci, non volevo crederci, ma corsi con Margareth. La verità era che non riuscivamo a fermare quella cosa spuntata fuori da chissà dove. La cosa era sbucata dalla tenda Hoggens senza prima essere stata scorta in alcun altro luogo, era contro ogni logica, ma doveva aver a che fare con il libro.

Marylin – parte terza

Posted in L'Amore ai Tempi di Chtulhu, L'Estraneo, Racconti di Cthulhu on 24 agosto 2009 by ursha

L’estraneo era a terra con le mani strette attorno alla gamba ferita, incapace di trattenere le imprecazioni e le grida di dolore. Sembrava così strano che un uomo che aveva dimostrato una tale bravura con la spada non fosse in grado di sopportare un dolore che un comune abitane delle terre imperiali avrebbe subito a denti stretti e senza fiatare.

Fortunatamente la ferita non era così grave, il proiettile aveva colpito li muscolo solo di striscio e non si era conficcato. Inoltre al villaggio vi era un santone esperto nelle antiche arti della guarigione. L’estraneo borbottò qualcosa riguardo al fatto che l’uomo era un medico e non un santone scuotendo la testa, il guaritore sembrò acuire il suo senso di smarrimento.

« Hai detto di venire da questo paese, ma sei così strano, si vede chiaramente che non sai nulla di noi. Hai perso la memoria?»

« No, ho ancora un’ottima memoria, non sono i miei ricordi ad esserenebulosi, ma tutti i luoghi in cui torno che sono sbagliati. Sono rimasto l’unico che conosce i nomi dei paesi che visito. L’ultima volta che sono stato da queste parti le cose erano molto diverse. Ho visto cose che mi è stato sempre insegnato che non esistono. E poi tutta questa magia e superstizione. Pare che le favole per i ragazzi siano diventate vere. »

« Le magie e i mostri non sono favole, l’acqua che scorre all’interno delle case è una favola o le pareti che si illuminano mostrando immagini. »

« Eppure, da dove provengo io, sono invece estremamente comuni, proprio come le vostre oscene tradizioni. » una smorfia di tristezza e smarrimento adombrò il suo volto incorniciato dai lunghi capelli bruni. «Non credevo neppure che fosse possibile compiere una tali oscenità… ritenerle normali poi… »

Non so perché ma scoppiai in lacrime, il nostro mondo è un luogo duro, si impara a soffrirlo e a farlo in silenzio, non avevo mai pianto, neppure sotto la sferza delle donne che mi avevano costretto a diventare una veggente.

L’estraneo si adombrò maggiormente e con un sospiro sconsolato mi abbracciò provocando le imprecazioni del guaritore che lo stava mendicando.

Fu allora che ebbi la visione, e tremai. La visione passò e come al solito non rimase che un vago ricordo, immagini avvolte nella nebbia.

La premonizione non era come quando si va coscientemente in cerca di passato o futuro, era un dono incerto e capriccioso dato solo a poche.

Ma una cosa mi era certa. Eravamo in terribile pericolo e dovevamo fuggire.

L’estraneo non mi volle credere, non riusciva a comprendere la possibilità di prevedere il futuro, per lui il tempo era una rigida successione complessa di eventi in cui l’elevato meccanicismo non lasciava spazio per la magia e la prescienza. Non capivo come fosse possibile che non ammettesse l’esistenza dei grandi misteri dell’Era di Cthulhu.

Non riuscii a comprendere nemmeno metà della sua spiegazione e rinunciai a tentare di spiegargli che il tempo è un continuo organico, un eterno oggi che noi dispieghiamo in una successione coerente di eventi vivendo. Riuscire ad abbracciarlo interamente porta la propria mente al pari di quella di una divinità. È ciò a creare il rischio di perdersi, oltre alla consapevolezza che il passato è un meraviglioso rifugio alla follia del presente e del futuro.

Così non mi restò che attendere l’arrivo della disgrazia senza nome.

Venduta.

Posted in Cronache della Luna Calante, Kata Kumbas, Racconti Dark Fantasy on 17 agosto 2009 by ursha

Magister Nepher Taht concluse un accordo per la mia vendita con i mercanti dopo sette girodì. Scoprii che purtroppo era un vecchio noioso, interessato solo ai libri, alle maledizioni e a scrutare il fondo dei miei occhi con un’enorme lente, costituita dal favoloso vetro di Leng. Satha era stato anche la Leng, prima che diventasse un deserto nelle terre desolate, e il mio cervello aveva captato visioni orribili di quel luogo, in cui giovani donne venivano torturate a morte anche per girodì interi e poi i loro corpi dissanguati venivano divorati dagli abitatori di quelle terre. Erano uomini gobbi ed emaciati, che camminavano zoppicando e altre volte strisciando per terra, quasi come bisce. Dopo aver visto il vetro ebbi incubi per mesi in cui gli uomini di Leng, se si potevano definire tali, mi affrrravano brutalmente e straziavano le mie carni. Allora non lo sapevo, ma Nepher Taht godeva segretamente della mia reazione alla sua lente in vetro.

Il magister aveva detto che tramite quel vetro poteva vedere il riflesso delle immagini che io avevo scorto negli occhi di Satha e che in parte erano rimaste impresse nella mia retina, dato il loro sconvolgente orrore. Ogni tanto il magister annuiva soddisfatto quando riconosceva qualche visione, ma più spesso mugugnava.

Viaggiai molto, visitai città in rovina i cui palazzi erano ricolmi solo di povere e sabbia ed assistetti annoiata alle lezioni di storia di Taht. Incontrai stregoni e fattucchieri che conoscevano metodi oscuri per distillare strani veleni e quelle furono dal mio punto di vista visite molto più interessanti.

Come quelle preso i ladri e i tombaroli, maestri del coltello e della garrotte, lui alla ricerca di papiri ammuffiti e io di trucchi con cui cimentare la mia abilità di nascente assassina.

Mi dilettai inoltre a studiare tutti i metodi di macellazione per le pecore e lo scalco delle carni, sia noti che dimenticati e rimasti solo in vecchi trattati scritti sul papiro e scritti in lingue che a volte neppure Taht conosceva, ma Satha ricordava alla perfezione. Era sconcertante quante cose avessi appreso nei pochi attimi in cui io e il grande serpente ci eravamo fissati negli occhi.

Pertanto dovetti diventare la traduttrice di Taht e leggergli vecchi tomi di negromazia, verganti nel dimenticato Nacaal, azione che immagino peggiorò ulteriormente il già precario stato della mia mente.

Poi dovevo anche fungere da soprammobile, presentandomi a tutte le feste a cui il vecchietto era invitato e reggendo su un cuscino, come un paggio, il pugnale che egli aveva acquistato assieme a me. Taht mi aveva tassativamente vietato di toccare con la nuda mano l’arma, se mai l’avesse scoperto mi avrebbe fatto scuoiare viva e avrebbe portato alle feste la mia pelle appesa ad un’asta, affermando che anch’essa sarebbe stato un ornamento esotico.

Eppure io non potevo resistere all’idea di toccare l’unico oggetto che poteva darmi anche un misero contatto con la mia defunta madre.

Così una sera del secondo anno che mi trovavo presso Taht decisi di provare la mia destrezza, sarei entrata nella tesoreria e avrei toccato il pugnale, per scoprire se lo spirito di mia madre vi aleggiava ancora.

Le guardie non mi videro neppure arrivare e un leggerissimo spruzzo della polvere del loto grigio le mise a dormire per alcune ore, appena poca di più e sarebbero morte.

Presi la chiave alle guardie, così il grimaldello non fu necessario.

Entrai e al centro della sala trovai la teca che conteneva il pugnale di mia madre, un pesante cilindro in oro e vetro, dentro il quale si trovava un cuscino di velluto, su cui giaceva l’arma ingemmata.

Con delicatezza posai a terra la pesante calotta e poi afferrai il pugnale.

Il dolore che mi assalì fu sconvolgente e le visioni di morte e strage che mi sopraffecero erano peggiori di quelle nascoste nello sguardo indelebile di Satha. Gli uomini che avevano trucidato barbaramente mia madre, e ogni altro uomo che aveva trucidato barbaramente ogni donna come me o madre di donna come me nei secoli mi stavano difronte ricolmi di odio, così come ogni donna che aveva rinnegato il suo parto e affogato nel fiume sacro la figlia. Una linea di sangue che si districava indelebile lungo l’evoluzione della razza umana, fin dal giorno in cui la prima progenitore della razza antica era stata presa con la forza da una creatura dell’abisso invaghitasi di lei, generando il primo abominio dai capelli chiari in un popolo dai capelli corvini.

Uno spirito prese forma da quelle visioni e da quel dolore, essenza concreta delle immagini di pura follia generatesi nella mia mente e la cosa mi parlò prima che il tormento svanisse. « Il mio nome è Mary e non perché io lo voglia, ma perché lo hai deciso tu con quell’ossessivo e odioso ritmo della Tribannia, che ti rulla in testa. E sia chiaro che non sono tua madre, io sono l’odio per tutte le donne come te e tua madre, sopravvissuto e reincarnatosi più volte nei secoli. Sono il bisogno di epurare l’onta che tu rappresenti sulla purezza della razza umana, poiché seri frutto di una razza impura e meticcia, che macchia i sangue del popolo antico. Tu mi hai svegliato e ora io ti annienterò. »

Poi un vento innaturale scosse la stanza e la cosa volò via sparendo dalle feritoie sul soffitto

Quel pugnale era veramente maledetto, e io avevo liberato uno spirito malevolo e che avrebbe potuto distruggermi. Spaventata rimisi a posto tutto, grata che nel trambusto nulla fosse andato rovinato e dopo essermi accertata che non avessi lasciato alcuna traccia scappai via nella notte.

Una volta uscita nel cortile mi misi a urlare alla luna in ascolto.

Lo strazio che mi attanaglia

Posted in Preludio all'Era di Chtulhu, Racconti dello Studioso, Racconti di Cthulhu on 13 agosto 2009 by ursha

Vorrei avere parole per descrivere lo strazio che in questo momento mi attanaglia il cuore, mentre contino a vivere questa vita, come se fosse normale.

Sono passate settimane da quando ho preso in mano il papiro per vergare poche parole di speranza, che poi sono state travolte dall’orrore del viaggio. Ho cominciato ad essere vittima dell’influsso degli Antichi anch’io, di qualunque cosa si tratti. Non so più come usare il palmare e se ricordo che questo paese è l’America è solo perché l’ho scritto nelle mie carte

Ho cercato di risparmiare carta e inchiostro, ma non posso sperare di sopravvivere la pazzia senza dare voce al terrore cieco e strisciante che ora mi insidia ogni notte.

Di una ventina di studiosi, assistenti, segretarie e guardie giurate, sopravvissuti alla distruzione di Arkham, ancora vivi quando avevamo abbandonato gli skimer in favore dei più pratici i camion, ora siamo rimasti solo in sei.

Tutto è cominciato quando il dottor Hoggens ha trovato Il Libro. Non mi azzardo neppure a scrivere il titolo blasfemo di tale opera infame, speravo che fosse sepolta assieme alle rovine di Arkham, invece era fra i libri che abbiamo salvato dalla catastrofe.

Quando lo vide Margaret iniziò ad urlare dal terrore, gridando e inveendo che aprirlo avrebbe portato alla nostra rovina. Chandra, Lexinton, il dottor Fuller, Alexia e la dotteressa Frau la derisero, dicendo che soffriva di allucinazioni e stava impazzendo. Ora sono tutti morti, forse se avessimo ascoltato quelle allucinazioni sarebbe sopravvissuto un numero maggiore di noi.

Ma nessuno la stette a sentire, ormai sapevamo che lei e Hoggens erano diventati un po’ tocchi a causa degli orrori del viaggio. Ma fino ad allora avevamo visto solo le mostruosità di cui può essere capace l’uomo e intravisto qualche alieno solo da distante, mentre scappavamo dalle città in fiamme, presto però le cose sarebbero cambiate.

Ormai era chiaro a tutti noi sopravvissuti che gli eventi attuali erano collegati ad un oscuro passato in gran parte rimosso dalla storia “ufficiale” e per quanto privo di plausibilità e logica non meno reale degli eventi registrati dagli storiografi dei secoli passati. Quel libro secondo molti avrebbe potuto essere la chiave di svolta. In effetti quel libro fu la chiave di svolta.

Così Hoggens, fra la felicità dei molti che speravano di trovare risposte e la perplessità di pochi, si ritirò a tradurre il libro, scritto in un antico latino imbastardito con termini arabi.

Riporterò anche i dialoghi e le voci, perché certe cose non sarei in grado di spiegarle con parole mie, anche se dopo settimane probabilmente il ricordo sarà distorto e non più veritiero.

Capitolo 2 – Il funerale

Posted in Damiel, L'Amore ai Tempi di Chtulhu, Racconti di Cthulhu on 12 agosto 2009 by ursha

L’aria satura di incenso nel tempio di Yog Sothoth sembrava un pesante e spesso sudario, steso su tutti i partecipanti alla cerimonia funebre.
I drappi a lutto, a coprire le statue oscene e le decorazioni pacchiana dell’edificio, stridevano con i nobili dalle vesti variopinte e le pesanti maschere ingioiellate che coprivano i volti. Per loro vita e morte non significavano nulla, persi in strani piaceri, nelle droghe più raffinate o in interminabili complotti per far avanzare un clan politico. Avrebbero potuto trovarsi ad uno sposalizio e si sarebbero comportati con la stessa disinvoltura e disinteresse per ciò che stava loro intorno.
Il giovane erede della seconda famiglia imperiale, Damiel, era impazzito due giorni prima, dopo aver ricevuto il bacio della morte da un’assassina. Era apparso subito chiaro che la sua mente era stata abbracciata dagli Dei Oscuri e non sarebbe mai più tornato indietro.
La sua famiglia aveva preso la decisione più pietosa per lui, l’aveva soffocato sotto una colata di cemento, prima che diventasse il tramite di qualche essere esterno, che avrebbe dimorato in quel guscio vuoto, divorando i resti della sua mente e portando avanti i nefandi piani degli Dei Esterni. Molto più pietoso che affidarlo ai carnefici imperiali perché redimessero il folle dai suoi errori, prima di destinarlo al rogo o a qualche manicomio. Sub Niggurath, che nel suo strano modo si interessava degli esseri umani, selezionava solo i forti e gli spietati e l’Impero Coloniale Rifondato, adorandola, aveva adottato lo stesso processo selettivo nelle sue fila. Non potevano esserci dubbi e rimorso, quando si combatteva contro i demoni e gli alieni che circondavano il genere umano e minacciavano ad ogni momento di travolgerlo per sempre.
Ritto di fianco al pilastro di cemento, dove era sepolto il giovane, si trovava il nuovo erede della seconda famiglia imperiale, sul volto senza maschera traspariva un dolore sereno e compito. Sembrava più preoccupato delle responsabilità cadute sulle sue spalle che della tragica dipartita del fratello.
Passando davanti a lui, tutti i nobili toglievano la maschera, per lasciar trasparire una lacrima di circostanza dagli occhi, unita a qualche parola vuota di consolazione e alle felicitazioni per aver conosciuto il nuovo primo erede di Mondragone.
Il patriarca della famiglia aveva fatto alcuni discorsi, riguardo ad una faida con la cabala, ma tutti sapevano che la Cabala degli assassini era intoccabile. Tutti prima o dopo avevano richiesto i servigi della gilda, quindi nessuna famiglia era disposta ad assistere chi volesse contrastarla.

Anche una matrona dalla pelle azzurrognola, chiaro segno di contaminazione mutante assisteva alla cerimonia accompagnata da uno schiavo in livrea. Era avvolta in un vestito bianco così succinto e trasparente, da non lasciare immaginare nulla delle curve del suo corpo completamente glabro. Sulla testa era stata lasciata una sola lunga ciocca di capelli bianchi, decorata con anelli e campanelle, che tintinnavano in continuazione. Se i nobili parevano distratti nei loro complotti e nei sogni ad occhi aperti, la donna dimostrava invece tutto il suo interesse per il macabro spettacolo del giovane morto, che si trovava nel fondo della cattedrale.
Rivolta al sacerdote, che faceva al guardia al macabro monumento, si dispiacque, parlando con voce afflitta, di non poter vedere il volto del giovane, contratto nell’agonia di non aver più aria nei polmoni. Mentre il suo servo allungava alcuni crediti al un vecchio, la donna si assicurò che l’uomo avesse una buona vista del suo corpo procace e poi saltò oltre il cordone rosso, riuscendo ad avvicinarsi al cadavere.
Dal cilindro di cemento spuntavano i piedi coperti dagli stivali di cuoio lucido, alcune frange del vestito e una mano che portava al dito il sigillo della famiglia. Una fessura era stata lasciata nel cemento perché si potessero ammirare gli occhi porpora del giovane.
Soddisfatta la donna tornò in disparte dove l’attendeva il suo schiavo.
-Lazarus, proprio non capisco come sia potuto accadere, gli ho dato un bacio e l’ho lasciato che si rotolava nel pavimento fra risa isteriche, ma non pensavo che la cosa l’avrebbe scosso fino a questo punto, tenendo conto che era stato scelto per il collegia, si poteva presumere che avesse una psiche molto più robusta.-
-Non importa, gli imprevisti sono normali nel nostro mestiere, e il collegia potrebbe aver accolto il giovane solo per fare un favore alla seconda famiglia imperiale. In ogni caso sei sicura che fosse lui, non era forse una farsa?-
-No, non potrei mai dimenticare quegli occhi che sembrano scrutare nell’anima, persino ora che non arde più la vita in lui. Peccato, se non fosse stato una vittima avrei potuto divertirmi con lui.-
-Non confondere piacere e lavoro Coril, è per questo che io sono un magos e tu solo un’apprendista, nonostante cento anni di servizio.-
-L’apprendista più ricca e benestante della cabala. Perché dovrei venire ad immergermi nella povere della torre, solo per un scarno nel consiglio? In ogni caso l’identità del ragazzo è accertata ed è morto sicuramente per causa nostra, quindi il compratore deve pagarci, possiamo andare.-
I due girarono ancora un po’ per il tempio mentre la donna salutava i vari gruppi di nobili e si intratteneva in una conversazione frivola con loro, fino a quando un medicante con il volto sfregiato dall’acido, che era venuto per elemosinare gli avanzi, inciampò e cadde addosso alla signora. Il suo schiavo prontamente scacciò il villano a calci e la donna indignata uscì.

La bibliotecaria

Posted in L'Amore ai Tempi di Chtulhu, Racconti Singoli, Racconti di Cthulhu, Yuri on 11 agosto 2009 by ursha

Ieri ho visto una foto, ho aperto open office e cominciato a scrivere di getto.


Domani pronuncerò i volti di morte sull’altare nero,  saranno le ultime parole che proferirò prima di consacrarmi per il resto della mia vita al silenzio e all’uccisione, e il mio pensiero torna immancabilmente al mese scorso, al terremoto e a quella sera maledetta.

Ero stanca e assonnata, avevo appena richiuso il datadisk dopo la conversazione con Annette, quando la terra iniziò a tremare. Era successo altre vole e non diedi peso alla cosa. Il datadisk, era un piccolo gioiellino dell’era dell’Egemonia, doveva essere usato solo per lavoro, ma Annette aveva trovato un modo per crackarlo e ora si poteva usarlo per comunicare anche fuori dalla biblioteca. Commentando le scosse degli ultimi giorni, aveva scritto scherzosamente che ci saremmo riviste domai, a Yog Sothoth piacendo.

Annette dolce annette, piccola e vispa, un volto da folletto dietro due spessi occhiali. Penso a lei e desidero sempre stringerla fra le mie braccia. Il contatto con il suo corpo le poche volte che riusciamo ad avere un po’ di intimità è l’unica cosa che mi ha impedito fino ad ora di gettarmi da grandi altezze per finire sfracellata sulla strada.

Come bibliotecaria leggevo con cura gli scritti salvati e destinati dall’Impero Coloniale al restauro, sapevo riparare copertine e pagine logorate, ma non sapevo come uscire dal grigiore di un’esistenza consumata, Annette era stata la luce della mia vita.

Sentimento è una parola di quei vecchi scritti delle ere felici che ricopiavo, la nostra era solo intesa fisica, due corpi di anime ferite che si incontravano, ma già il fatto che fosse intesa era molto per questi tempi oscuri.

Stavo pensando ad Annette mentre cercavo di calmarmi e riprende sonno dopo la scossa, ma la terra tremò ancora ed ancora, sempre più forte. Avvertii scricchiolii e rumori sinistri, misi la vestaglia e scesi di corsa le scale, mentre il tremore aumentava. Altri stavano scappando e ci trovammo tutti schiacciati sulla tromba delle scale, compressi nella calca e intralciati nello scendere. Poi qualcosa mi colpì e la vista mi si annebbiò di rosso. Un calcinaccio mi aveva sfiorato la fronte tagliandola e sangue mi colava sull’occhio. La calca era tale che non potevo neppure tergermi il viso e quasi non si procedeva. Poi un pezzo di soffitto crollò sulla scala scacciando i corpi difronte a me, urlai in preda all’isteria e salii sulle macerie e sui cadaveri, per procedere oltre sulla scala sgombrata, prima che la calca si formasse nuovamente. Mancavano tre gradini quando la scala crollò. Venni sbalzata in avanti e rotolai sul pavimento ingombro di macerie. Mi rialzai zoppicante ed escoriata, ma per fortuna non vi era nulla di rotto, scappai dalla porta, corsi in strada e mi unii al fiume di gente che scappava. Girai intontita fra palazzi che rollavano cercando di schivare macerie, calcinacci e pietre volanti poi mi accorsi che stavo arrivando al quartiere abitato da Annette.

Davanti a me stava il palazzo dove abitava Annette ed era per metà sventrato, ridotto ad un cumulo di calcinacci e macerie. Caddi in ginocchio prostrata, il cuore spezzato e trafitto, la mia percezione del mondo ridotta ad un abisso di dolore.

Addio Annette, mia piccola Annette conforto degli ultimi tre anni della mia vita. Gli dei non hanno voluto che ci rivedessimo ancora.

Urlai la mia bestemmia agli Dei Oscuri, agli Antichi e anche agli Scacciati che precedettero l’era dell’Egemonia, di cui solo pochi conoscevano l’esistenza.. Eppure incitati da quelle parole di fuco e veleno gli dei devono aver deciso in segno di derisione di rispondere ai miei insulti come non avevano fatto invece alle mie preghiere.

Senza alcuna spiegazione plausibile colsi in mezzo alle urla, le grida e il frastuono, la frase di un funzionario imperiale: – Abbiamo già controllato tre palazzi, il cemento era marcio, mescolato alla sabbia di mare. E pensa che nessuno pagherà per questo. -

Fra le lacrime e lo sconforto decisi che non mi sarei uccisa per sfuggire alla follia e al dolore come facevano i deboli, come avrei voluto fare io quando ero debole.

Avrei abbracciato dolore, follia e incubo, ne sarei diventata parte, se sarei diventata un araldo. Avrei imparato ad uccidere e avrei portato vendetta. Non sapevo a chi o come, ma l’avrei fatto. Nel peggiore dei casi mi sarei vendicata dell’uomo della strada perché, distoglieva lo sguardo ed evitava di guardare.

Forse questo è il peccato più grave e va espiato con la vita.

Parole

Posted in Aforismi on 10 agosto 2009 by No'Akei

“Nel modo dell’Era di Cthulhu le parole o sono stare rubate o hanno già preso vita…”

La via della spada

Posted in L'Amore ai Tempi di Chtulhu, Racconti Singoli, Racconti di Cthulhu on 9 agosto 2009 by ursha

Respiro a fatica, coperta di sudore e ansimante. Le spade iniziavano ad essere pesanti nella mia mano, dopo innumerevoli affondi, finte e parate. Dieci contro una e ora solo quattro si reggono ancora in piedi, i quattro più astuti e temibili. Tutti più freschi di me. Devo ritrovare la concentrazione, la concentrazione e il vuoto, se voglio sopravvivere. La calma oltre la stanchezza, oltre la paura e oltre l’affanno.

La danza della spada non è semplicemente un’arte o funambolismo, non è neppure una disciplina marziale. In realtà si tratta di seguire il metallo, vivere per il bordo tagliente delle proprie armi. Molti in questi anni hanno posseduto il mio corpo, ma nessuno la mia anima che è devota interamente alla coppia di armi gemelle che porto con me come eredità e dote fin dalla mia infanzia e donerò alla figlia che da pochi giorni ho scoperto di portare in grembo o torneranno alla mia tribù nell’eventualità di una mia dipartita prematura a causa di questi briganti.

È il vuoto il segreto della danza, la capacità di isolarsi dalle preoccupazioni contingenti ed essere un punto di calma glaciale. Non sei tu che tubini sul terreno fisso, ma è il modo che ruota vorticosamente attorno alla propria immobilità.

Così, ferma nell’occhio del ciclone, io divento un’opera d’arte vivente o una macchina di morte.

Allontano il pensiero della figlia che devo proteggere, della paura per entrambe. Non vi è differenza nel vivere o morire, sono due eguali stati dell’esistenza. Ciò che importa sono solo le mie armi, dalla sacralità indiscutibile.

In un’epoca precedente all’Egemonia, sono state consacrate ad un dio di cui è vietato pronunciare il nome e che come altri delle antiche ere felici della terra è andato perduto alla mente dell’uomo. In attesa del tempo in cui un intero ciclo di ere si sarà concluso e torneranno gli dei scacciati del passato, per riprendere il posto dei grandi antichi, noi custodiamo il ricordo e perché il ricordo non divenga mito anche gli simboli che lo rendono tangibile.

Parata, finta, stoccata e affondo, e ora i miei nemici sono tre, ma uno mi ha ferito ad una coscia e devo tallonarmi zoppicante.

Troppo impegnata a salvarmi la vita non avevo avuto il tempo di osservarli con vera attenzione, sono solo figure in movimento al margine del campo d’azione delle mie lame, così ora che un corpo è ai miei piedi, mentre sono costretta a rallentare, mi rendo che non sono completamente umani.

Appartengono ad una stirpe meticcia che mostra chiazze di scaglie e chitina sulla pelle. Placche cornee e spuntoni si protendono sui loro volti. Quei reietti sono abomini, nati dalla stupro e dalla violenza dei rettili del continente a sud su chissà quali donne ormai morte da tempo.

La sofferenza maschera l’ondata di panico che mi assale e mi rifugio ancora maggiormente nel vuoto per sfuggire all’orrore.

Due dei sopravvissuti decidono di averne abbastanza e si voltano per fuggire, estraggo i pugnali dalla cintura e li lancio contro di loro, colpendoli entrambi alla schiena. Non posso lasciare che una simile macchia di sozzura si propaghi nella stirpe umana.

L’ultimo rimasto avanza con aria spavalda e abbassa il cappuccio che gli adombrava il capo. Il volto è un teschio fasciato da bende marce da cui penzola carne marcia e purulenta. Un morto vivente!

Urlo con quanto fiato ho nei polmoni per convincermi di essere viva e di non stare vivendo un incubo, la voce smuove il mio sangue e i miei visceri. Ho assistito a torture innominabili perpetrate su ladri e assassini per il pacere del mio signore, ho sventrato avversari che non meritavano di vivere per le atrocità commesse e lasciati ad agonizzare nel loro vomito e nelle loro viscere disperse, senza battere ciglio, ma questo è troppo anche per me.

« Sciocca, le tue armi mortali non possono nulla contro la mia carne marcita da un secolo. Anche senza i miei servi posso spezzare da solo il filo della tua vita e bere il tuo spirito e quello della bimba che porti in grembo. »

Questo è quello che credi tu, avanzi troppo spavaldo, mormorando con lentezza annoiata l’inizio di uno strano incantesimo, sicuro che la mia lama già proiettata contro la tua gola non troncherà la tua testa. Ignaro che io porto il dono di una divinità scacciata dall’uomo in un momento in cui credeva di non aver bisogno di dei, ultimo dono lasciatoci per affrontare i mostri come te, ora che non vi è più un Vero Dio a vegliarci.

Ora so che vivrò, avrò una figlia e un giorno lei avrà queste spade, unica luce di conforto in questo mondo di tenebra dominato da esseri come te.

Rovine nella giungla

Posted in L'Amore ai Tempi di Chtulhu, Racconti Singoli, Racconti di Cthulhu on 8 agosto 2009 by ursha

Torrax avanzava fra le rovine della giungla, seguito da due colossali neri, guerrieri delle tribù selvagge del continente degli orrori, fieri combattenti che rifiutavano di sottomettersi agli uomini rettile che controllavano gran parte del nord delle loro terre e quindi gioco forza alleati dell’Impero Coloniale Rinato.

Erano fratelli con due anni di differenza l’uno dall’altro, lineamenti duri, naso largo e occhi vivaci e attenti. Erano stati gli occhi ad indirizzare la scelta di Torrax fra i volontari per la spedizione. Cosa avesse portato quei guerrieri così lontano dalle terre natale, fino al continente delle giungle oltre il mare, era un mistero. Torrax aveva chiesto e loro avevano parlato di karma, avevano detto che anche Torrax faceva parte del loro karma e lui aveva lasciato cadere la questione.

Chi sicuramente non aveva nulla a che fare con il karma era il tossicodipendente che seguiva Torrax. Sam era un uomo di forse una trentina d’anni, ma dal viso slavato e butterato che mostrava tutti i segni dell’uso e abuso di di cannabis e stimolati corticali, come il Flax. Aveva visto tali e tanti orrori nella sua vita breve vita da soldato che solo le doghe riuscivano a dare pace alla sua mente divorata da incubi senza nome. Era stato congedato con onore, dopo quindici battaglie contro i Mi-go, avventure nel nord del continente degli orrori, e l’Impero Coloniale Rifondato si era poi dimenticato di lui, come di molti altri eroi e veterani. Avendo visto ogni orrore riusciva peraltro a rimanere impassibile anche difronte al risorgere dei morti dalle tombe, motivo per cui Torrax tollerava la presenza del giovane. I capelli, rasati sulla parte anteriore del capo cadevano lunghi ben oltre le spalle ed erano intrecciati con denti di ogni mostro e belva feroce che l’uomo avesse ucciso con il suo coltello, i suoi feticci e portafortuna.

Assieme a Sam veniva Ipsinix, una donna sottratta dieci anni prima all’iniziazione ai misteri di Derketa. Spia, amante e assassina per conto di Torrax. Fare il ladro di tombe comportava avere nemici e dover rubare segreti. Più di una volta gli aghi avvelenati di Ipsinix avevano fermato mani assassine a pochi centimetri dalla gola di Torrax. La donna gli era grata per la libertà riconquistata e lo seguiva come un’ombra, avendo scoperto di amare la vita all’aperto dopo gli anni di reclusione nel tempio. L’uomo trovava la sua pelle candida, i suoi capelli bruni e i suoi fianchi torniti una delle poche consolazioni nel dover vivere tre quarti della propria vita nella giungla in cerca di ruderi.

Ora quello che preoccupava Torrax era di avere scorto indizi che quei ruderi fossero abitati. Fece un cenno agli uomini, uno dei due neri si mise a fare la guardia mentre gli altri si riunivano in cerchio.

Indicò l’erba fra le pietre. Chi li aveva preceduti era stato molto attento a camminare sui ciottoli, ma vi erano comunque pochi fili d’erba schiacciati.

« Ci hanno preceduto?» chiese Sam, con voce nasale e impastata.

« No, provengono da dentro le rovine, devono essere venuti fin qui per osservarci.»

Ipsinix si guadò intorno a disagio, dalle rovine potevano provenire solo cose non umane. Le torture subite nel tempio di Derketa potevano essere terribili, ma non preparavano all’incontro con belve aliene, e la donna aveva sempre paura di sprofondare nella follia, ogni volta che i mostri tendevano comparire nei viaggi di Torrax: « Ne sei sicuro?»

La risposta non provenne da Torrax, ma da un’eruzione nel terreno che ingoiò Sam. In risposta il nero lasciato a guardia prese il fucile laser e iniziò a sparare in direzione degli alberi, da cui stavano emergendo due figure dalle vesti lacere e una terza, orribile e completamente fasciata di bende. Tutte e tre avevano musi vagamente da rettile, con zanne aguzze e una lunga lingua serpeggiante.

Torrax prese il fucile al plasma e sparò una nube di gas incandescente contro uno degli esseri incappucciati mentre si rendeva conto con orrore che l’essere al centro era un morto vivente, una creatura di un lontano passato imbalsamata e incartapecorita, ricoperta di ori oltre che di bende.

Ipsinix sembrava caduta in catalessi dall’orrore difronte a quella figura, ma Torrax, mentre prendeva nuovamente la mira, non aveva tempo per la paura o la ragazza, impegnato a salvarsi la vita. Aveva imparato a non cercare di razionalizzare quello che vedeva, si limitava ad accettarlo e a tenersi impegnato sulle armi.

L’uomo rettile sopravvissuto intanto aveva fatto un cenno verso il nero con il fucile, che era esploso in un’eruzione di fuoco, il fratello li a fianco vomitò. Torrax evitò di guardare il truce spettacolo mentre sparava al secondo essere dalle vesti lacere, inondandolo di plasma ardente.

La mummia arrivò a portata del nero ancora vivo e riverso nel vomito, lo afferrò per il collo e questi si dibatte, strappando una parte degli ori alla creatura imbalsamata, ma ottenendo ben poco effetto. Il morto vivente lo sollevò e staccò di netto il capo da corpo dell’uomo.

Allora Torrax mirò alla mummia e fece fuoco per la terza volta, dispiacendosi dell’oro che il getto di plasma ardente avrebbe squagliato, ma infondo contento che l’essere incartapecorito bruciasse bene.

Si voltò per guardare la donna che si stava riavendo, infondo l’unica persona importante per lui era sopravvissuta, la morte degli altri significava solo meno bocche fra cui dividere il poco oro trovato.

« Prendiamo il bottino e andiamocene prima che arrivino altri mostri.» disse Torrax

Una luce sinistra si accese negli occhi della donna e un ago volò contro al carotide dell’uomo.

Ipsinix aveva trovato una divinità meritevole della sua adorazione, solo per vederla perire bruciata da un miscredente, ma era sicura che nelle rovine ve ne fossero altre. I seguaci di tali antichi avrebbero preteso penitenze per la sua partecipazione al sacrilegio, ma la rivelazione l’aveva rassicurata che poi l’avrebbero accettata come una supplice devota.

Era il suo karma, non quello di Torrax, ad averli guidati fin li e lei era pronta a soffrire e genuflettersi per poter diventare una dispensatrice della morte degli Antichi.

Gli autori del sito considerano drogarsi un’azione estremamente stupida e deleteria per la salute, che può avere gravissimi effetti permanenti sul cervello e può condurre alla morte. Pertanto si sentono di dissuadere chiunque a provare tali esperienze.
Questo testo non vuole essere un’esaltazione dell’assunzione di sostanze stupefacenti.